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Bari Sardo, incidente in campagna
In gravi condizioni uomo di Loceri


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Paese

Dati Generali
Il paese di Barisardo
Barisardo è un Comune della nuova provincia di Ogliastra. È situato a 4 km dal mare a 50 metri sul livello del mare. Conta 3886 abitanti. Fa parte della XI Comunità Montana “Ogliastra?. Chiamato anticamente Barì, nasce come congiungimento di più centri abitati sorti intorno alle chiese di Sant’Antine, S. Leonardo, S. Cecilia e Santa Susanna. Il toponimo forse di origine mesopotamica significherebbe “acquitrino?. Acquisì il nome definitivo di Bari Sardo durante il Regno d’Italia per distinguere il villaggio dalla più famosa città di Bari, in Puglia.
Il territorio di Barisardo
Altitudine: 0/294 m
Superficie: 37,53 Kmq
Popolazione: 3871
Maschi: 1876 - Femmine: 1995
Numero di famiglie: 1453
Densità di abitanti: 103,14 per Kmq
Farmacia: via Battisti, 2 - tel. 0782 28274
Guardia medica: via Deledda, 1 - tel. 0782 29478
Carabinieri: via Puccini, 1 - tel. 0782 29522
Polizia municipale: via Cagliari, 81 - tel. 0782 28321

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Storia

BARÌ [Barisardo], villaggio della Sardegna, capoluogo di distretto nella provincia di Lanusei, col quale sono numerati Jerzu, Locèri, Tertenìa, Ussàssai. È compreso nella tappa (uffizio d’insinuazione) d’Ogliastra, e nell’antico dipartimento del medesimo nome, che facea parte del giudicato Caralense.

Deriva questo nome dal vocabolo della lingua sarda abbarì, che vale palude o luogo pantanoso. Usasi ancora per denominazione Terias, quale appellasi generalmente la pubblica fonte, presso cui era una volta situata l’abitazione.

La sua posizione geografica è a 39°, 53', 30" di latitudine, e 0°, 33' di longitudine orientale dal meridiano di Cagliari.

I rapporti di distanza coi paesi limitrofi sono come segue: da Locèri a ponente ore 1; da Tortolì a tramontana ore 2; da Gairo a ponente-libeccio ore 5; da Tertenia ad ostro-libeccio ore 6; da Jerzu a ponente ore 5; da Ilbòno a ponente-maestro ore 5. Le strade sono tutte carreggiabili.

La situazione è assai bassa. Quindi è facile dedurre l’umidità del clima, la quale rendesi maggiore dal piccol ruscello derivante da Terias che scorre in mezzo del popolato. La temperatura è assai dolce nell’inverno, finchè l’atmosfera è riscaldata dal sole, assente questo, sentesi con l’umido anche il freddo. Nell’estate i calori sono assai forti. La nebbia domina in tutte le stagioni, ma è più nociva nell’estate ed autunno. Raramente nevica, e rompono tempeste di grandine e fulmini. L’aria è grossa e malsana.

Il numero delle case è di 280, sparse però in non piccola superficie.

La migliore strada è la denominata de Mesu-bidda, donde verso libeccio move la provinciale, che accenna alla capitale; le altre intersecano questa principale. Sono tutte selciate.

Non v’ha altra abitazione rimarchevole fuor del palazzo rettorale, con 26 stanze abitabili.

Il numero delle anime, come risultò nel 1833 dal censimento parrocchiale, era di 1480, distribuite in 277 famiglie. Confrontato la detta somma con la risultante dal censimento del 1826, che fu di anime 1521, apparisce una differenza in meno sebben piccola.

L’ordinario numero dei matrimoni all’anno si calcola di 20, delle nascite a 60, delle morti a 40. Il corso della vita generalmente è sotto il 50.° Le malattie dominanti e fatali sono le febbri intermittenti, le perniciose, le pleurisie.

Le generali professioni sono l’agricoltura e la pastorizia. Vi sono però dei fabbri ferrai, alcuni per manifatture fine, ed altri per opere grosse, dei quali si servono anche gli abitanti di alcuni dei vicini paesi; dei falegnami dell’arte grossa, come dicono, i quali provvedono di arnesi d’agricoltura e di carri i contadini del dipartimento, e alcuni ancora del campidano.

Nella manifattura del panno lino e forese si impiegano circa 250 telai.

Vi ha un consiglio di comunità, una giunta locale pel governo del monte di soccorso. Come capo-luogo di mandamento tiene un tribunale di giudicatura, la cui giurisdizione stendesi sopra Locèri, Girasòle, e Lozzorài.

La scuola normale frequentasi da 20 fanciulli.

Il contingente pel battaglione dell’Ogliastra dei corpi miliziani barracellari è di 46 individui.

La chiesa parrocchiale è dedicata alla santissima Vergine di Monserrato, nel qual titolo s’intende la di lei Natività. Ne fu cominciata la fabbrica nel 1713, e perfezionata nel 1753. È rimarchevole l’altar maggiore col presbiterio, che è superiore a quanto di simile trovasi nelle chiese della diocesi, lavorati di marmo fino con arte elegante. Una iscrizione ivi posta ne insegna che le largizioni di D. Bernardino Pes, e le elemosine del popolo sopperirono alle spese nell’anno 1772. I due cappelloni a destra e sinistra, dedicato quello alla Vergine del Rosario, questo a san Giovanni Battista, sono essi pure di marmo, e nel primo una iscrizione di dedica dello stesso tenore della prima ci fa sapere che fu fatto nel 1777. Le altre sei cappelle ed il pavimento sono ancor esse di marmo. La torre delle campane è quadrata, e di un’altezza e architettura, per cui si ponga tra le prime fabbriche del regno in questo genere. Fu compito nel 1802 dall’architetto Antonio Melis, dal quale fu ancora fabbricato l’oratorio che trovasi a destra della parrocchiale in faccia al levante. Il piazzale è bello, ampio, e ombreggiato da filari di sorgiaghe. Il sacerdote che la governa s’intitola pro-vicario della parrocchia: gli antecessori erano qualificati come rettori. Nella cura delle anime è assistito da due o più sacerdoti. È considerevole, avuto riguardo al paese, la ricchezza dei sacri arredi.

Oltre il summenzionato oratorio vi erano altre due chiese figliali sull’estremo dell’abitato, una dedicata a san Leonardo verso mezzodì, di cui esistono le sole mura; l’altra verso mezzanotte sotto l’invocazione di santa Cecilia, la cui festività cade addì 22 novembre.

Dietro della parrocchiale alla parte di sera evvi il cimitero. Le altre principali solennità sono per la natività della santissima Vergine, per san Girolamo, che festeggiasi nella prima domenica di ottobre, quando il proprio giorno occorra negli altri sei della settimana; e nell’ottava di questo per san Leonardo. Vi è per ciascuna gran concorso da tutta l’Ogliastra e Capodissopra, con lo spettacolo della gara dei corsieri, e con tutti gli altri divertimenti popolari.

L’estensione territoriale eguagliasi a 15 miglia qu.; il paese è quasi nel centro. Ambe le vidazzoni di Tecu e di Campu-Moli sono tenute per fecondissime, e veramente tali sarebbero, se l’arte adottasse maniere migliori.

La dotazione del monte di soccorso in favore dei poveri contadini era stata fissata per fondo granatico di star. 710 (litr. 34,932), per nummario di lire sarde 699 (lire nuove 1362.72). Nello stato del 1833 furono trovati ascendere il primo a star. 1750, l’altro a lire sarde 774.2.6.

Si semina ordinariamente starelli di grano 300; d’orzo 200; di fave 100; di granone, ceci, fagiuoli, cicerchie, piselli, lenticchie in totale starelli 100. Il grano suol rendere per uno l’8; l’orzo il 15; le fave il 10; il granone il 5; le civaje il 10; meno le lenticchie che danno il 5.

L’erbe ortensi, che si coltivano, sono lattughe, coppette, cipolle, pomidoro, patate, aglio, bietola, indivia, ecc.; le piante zucche, poponi, cocomeri, citriuoli, melingiane, ecc.

Nel generale il lino che si raccoglie somma a 30,000 manipoli.

Nessun’altra terra e clima pare più a proposito di questo per le viti. Le varietà delle uve bianche, rosse, e nere sono molte, che si distinguono coi nomi volgari di moscatello, canonato, sinzillosu, bovali, varnaccia, semidàno, merdolino, rosa, argumannu, apesorgia bianca e nera, detta ancora triga, corniola, galoppu, manzèsu, nieddèra, monica, giròne, moscatellone. Del moscatello, varnaccia e giròne si fanno vini dilicatissimi, che passano col nome di vini bianchi. Il galoppu ed argumannu si secca per uve passe. L’apesorgia, ossia triga, si conserva fresca per la maggior parte dell’anno. Le altre uve servono pel vino nero, che gode nel commercio di molta riputazione. Si vende quasi tutti gli anni ai genovesi, che lo trasportano in vari porti. Se ne brucia ordinariamente poco per acquavite.

Le piante fruttifere sono di molte specie. Le più numerose però sono ficaje di frutti bianchi e neri di molte varietà, susini, peri, aranci, limoni, ecc. Si dissecca gran quantità di fichi per provvista domestica, e per averne lucro. In totale tutte le piante suddette sommano a 50,000.

Le tanche ed i chiusi sono in buon numero, e racchiudono una superficie non minore della capacità di 1500 star. (ari 59,790). Una parte serve al seminario, l’altra al pascolo.

Presso al paese sono alcune colline, una a ostro-libeccio, detta Su-planu, altra a levante, detta Pizze-monti, sulla quale trovasi delle stanze sepolcrali scavate nel vivo sasso. Maggiore di queste è la eminenza di Tecu a greco-levante. La sua sommità stendesi in un fertile piano, dove si seminano cereali di varie specie; l’area può valutarsi a mezzo miglio quadrato. A tramontana sorge altra collina, ma di poca considerazione, che chiamasi Perdecìas. Dalle roccie di Tecu, e da quelle della regione Su-crassu cavansi molte macine. In varie parti riconoscesi dell’argilla buona per tegoli e mattoni. In Senafènu pretendesi vi sia una piccola vena di rame.

Nell’anno 1833, che fu fatale al bestiame specialmente minuto a causa della gran siccità, la numerazione dei capi delle diverse specie era come segue: vacche 500, capre 1000, pecore 1500, le quali pascolavansi nel prato e nelle tanche. I tenui prodotti appena bastavano al consumo della popolazione. I formaggi sono mediocri in bontà. I buoi per l’agricoltura erano 100 gioghi, i majali 200, i cavalli e cavalle per trasporto e per sella non più di 100, i giumenti 200.

Delle specie selvatiche trovasi i cinghiali nelle colline, principalmente in Tecu, le lepri nella pianura. Gli uccelli sono di molte specie, e ciascuna è ben numerosa. Le cornacchie sono detestate pel danno che cagionano ai seminati. Vengono a nuvoli a gittarsi su li solchi, nei quali si sono nascosti i semi più grossi, fave e simili, e se li divorano. Le beccaccie, pernici, colombacci, e tortori presentansi frequentissime ai cacciatori. Molte specie di uccelli acquatici si offrono nelle acque stagnanti facile preda.

Non lungi dal paese alla parte di mezzodì trovasi la perenne fonte di Tèrias o Tèria, dalla quale bevono i popolani. Contienesi in un recipiente coperto a volta lungo circa metri 5, e largo 2,50, e altrettanto profondo. La sovrabbondanza della medesima forma un ruscello, il quale, dopo bagnati alcuni giardini, scorre in mezzo del paese, ed in certe stagioni l’oltrepassa di molto.

Alla parte di tramontana in distanza non più d’un miglio serpeggia un piccol fiume detto Su-caladòrgiu, che quando è ingrossato dai torrenti si passa con pericolo. Il guado più sicuro cade nella linea della via da questo paese a Tortolì, nel qual punto formansi dei ponticelli con pali e tronchi, che sussistono finchè la corrente rinforzatasi per la copia delle acque non scioglie la connessione dei medesimi, e schiantati li porta via. Viene questo fiume dalla costa della catena centrale, e mette foce a greco-levante del paese nei termini con Tortolì (Vedi Ogliastra, § Fiumi). Il suo corso entro questo territorio è di circa 4 miglia: ha un letto competentemente profondo, e perciò anche in tempo di copiose pioggie poco danneggia ai possessi che sono alle sue sponde. Vi si veggono in vari siti delle acque stagnanti, le quali abbondano di anguille, lupi, mugili, e di molte specie di uccelli acquatici.

Il Bariese dalla parte di levante è bagnato dal mar Tirreno. Comincia questo littorale dalla foce del fiume anzidetto, indi girasi la Punta-negra alquanto elevata, e si percorre la spiaggia di Cortiànus, in fine della quale trovasi un piccolo scalo detto la Cala di Barì, con ispiaggia arenosa, capace di piccoli bastimenti, che vi possono restare sicuramente con i venti di terra. Sporge qui nel mare la punta detta di Barì con piccola scogliera in testa. Sulla cima è basata la torre della stessa denominazione, custodita da un alcaide e pochi soldati, che ricevono e corrispondono ai segnali della torre di Larga-vista. Ivi ancorano le navi al tiro dello spingardo.

È distante questo seno dal paese poco men di tre miglia un po’ sotto il levante. Per l’addietro vi concorrevano battelli sardi ed esteri per caricarvi dei vini, ed altri effetti di Barì, Locèri, e di Gàiro; ora però che si è ristretta ogni estrazione al solo porto di Tortolì, in questo non si carica altro che qualche poco di legname per costruzione di carri per la capitale.

Prima del 1815 i legni barbareschi vi frequentavano, e vi fecero degli sbarchi, ma con grave perdita dovettero sempre fuggire ai loro legni. La memoria delle più gloriose azioni di valore che ebbero luogo in questo lido è già oscura, perchè mancava nei tempi antichi e chi pregiasse il valor nazionale, e chi ne conservasse a noi i fatti egregi. Trovasi in questo lido uno stagno, che chiamasi Bauanì, dove è considerevole la quantità dei pesci. Quando i levanti cagionano piena, il mare superata la sponda arenosa vi aggiunge le sue acque. Scorsa poi tutta la spiaggia di Lorcoli tutta giarrosa, coperta d’una rupe verdeggiante di cespugli, arrivasi alla foce del fiume Sèdini, che divide questo lido da quello di Gàiro.

Sebbene ed il mare e lo stagno e il fiume sieno abbondantissimi di molte specie, tuttavia non v’ha alcun bariese che per professione sia applicato alla pesca. Onde avviene che manchi al paese questo ramo di sussistenza e di guadagno, qual potrebbe avere vendendo ai paesi lontani dal mare il suo superfluo. È assai tenue la quantità dei pesci che prendesi, e rarissime volte avviene che se ne venda qualche libbra. Usasi l’amo nello stagno per li muggini, lupi, e anguille che se ne tolgono di grandezza enorme, e la fiocina nel lido per le murene.

Entro i limiti di questo territorio dicesi non essere stati mai più di 6 norachi. Ora sono in gran parte diroccati, e nulla vi è che debba rimarcarsi dei medesimi.

Il comune è baronale. Comprendesi nel feudo del-l’Ogliastra appartenente al marchese di Quirra. Per li dritti feudali vedi Ogliastra dipartimento.

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Barisardo
Da non perdere il 29 Agosto la festa di San Giovanni Battista, detta “Su Nenneri”, durante la quale si svolgono riti propiziatori per un buon raccolto, lanciando in mare germogli di legumi e cereali.
8 Settembre Festa del Patrono: Beata Vergine del Monferrato